Enrico Mattei: una vita spesa per gli altri

“[…] è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt 13,45)

E ci è sembrato proprio di averla trovata in Marcello Colitti questa “perla preziosa”. Una perla che, potremmo dire, al suo interno ne contiene un’altra di inestimabile valore: la straordinaria figura di Enrico Mattei.

Curiosa coincidenza era un Sabato anche quel tragico 27 Ottobre del 1962, quando attorno alle ore diciannove di una serata di pioggia, Enrico Mattei, fondatore e primo presidente dell’ENI, morì in seguito all’esplosione del suo piccolo aereo, nei pressi di Bascapè. In quella tragedia con lui morirono il pilota, Irnerio Bertuzzi ed il giornalista americano William Mc Hale. Così, esattamente cinquant’anni dopo, Sabato 27 Ottobre 2012, abbiamo voluto ricordare assieme a tanti ragazzi e ragazze, un grande personaggio, che spese gran parte della sua vita per gli altri.

Più di trecento studenti degli ultimi anni degli istituti superiori della Provincia di Ascoli Piceno hanno ascoltato, dalla viva voce di Marcello Colitti, chi era veramente Enrico Mattei e cosa la sua figura ancora rappresenta per la storia dell’intero Paese. Dal racconto di colui che ha ricoperto tra l’altro gli incarichi di Vice Presidente e Amministratore Delegato per la Programmazione e lo Sviluppo dell’Agip e di Presidente dell’ENICHEM, gli studenti hanno potuto cogliere la grandezza del personaggio e dei suoi insegnamenti. I tratti dell’uomo Mattei hanno sorpreso diversi tra i presenti e smentito anche molti luoghi comuni che, purtroppo, ancora oggi sono riportati da gran parte della stampa.

Marcello Colitti ha voluto lasciare un messaggio agli studenti, ai presenti e a tutti i giovani in genere. Un messaggio che è stato alla base del suo discorso e che riportiamo di seguito, nella speranza di un’ampia diffusione. Magari non solo tra le nuove generazioni.

Scarica il file con il discorso di Marcello Colitti: qui

 

ENRICO MATTEI

27 ottobre 2012

Ascoli Piceno

Cari ragazzi, potrei raccontarvi una storia, una favola. Ma voi siete ragazzi evoluti, le favole le leggete sul computer o le inventate usando i vostri giochi elettronici. Quello che racconterò non è una favola, è una realtà: sono cose che sono avvenute davvero, anche se adesso potrebbero sembrare incredibili e quasi non vere.

E’ una storia importante. Il protagonista era un uomo buono, una cosa rara, un uomo che lavorava per gli altri ed aveva una vera e propria religione del lavoro. Voi avete visto un film che riguarda soprattutto la sua morte[1]. Io parlerò della sua vita. A raccontarla adesso sembra una saga, come le storie degli eroi antichi. E la sua scomparsa misteriosa, avvenuta troppo presto, ci ha lasciato un’eredità straordinaria. Da allora sono passati cinquant’anni. Pensate che la maggioranza dei cittadini italiani viventi è nata dopo la sua morte.

Se pensassimo un momento a come sarebbe oggi il nostro paese se Enrico Mattei non fosse esistito, ebbene, il nostro paese sarebbe molto diverso, molto più povero e molto meno moderno. Io vi racconterò la storia di quest’uomo, per grandi linee, perché un racconto dettagliato richiederebbe troppo tempo.

Parliamo di un personaggio sul quale il passaggio del tempo ha un effetto singolare: mano a mano che si allontana nel tempo diventa più grande.

Oggi, parole come la modernizzazione o sviluppo economico non si sentono più, un poco perché siamo diventati più ricchi, o crediamo di esserlo, un poco perché non abbiamo voglia di risolvere i problemi, un poco perché siamo immersi ognuno nel proprio piccolo interesse e nessuno ha più un progetto che tenda a migliorare tutti e non solo se stesso. Il progetto di Mattei, ciò che lui voleva fare, l’Italia moderna, è perfettamente riuscito e fa parte del nostro passato, ma il nostro è un paese con poca memoria. Nessuno ricorda più l’Italia dopo la fine della guerra, nel 1945: il crollo di una dittatura durata vent’anni, una guerra perduta, un paese semidistrutto, le ferite di una guerra civile. Questo è il quadro nel quale inizia a svilupparsi l’azione di Enrico Mattei, come uomo pubblico, perché come imprenditore privato aveva già avuto successo quindici anni prima. Un’azione che vuole creare un’altra Italia moderna, ricca, in cui i lavoratori abbiano pari dignità con tutti gli altri, e la possibilità di educare i propri figli.

Facciamo un poco di biografia , per capirci meglio.

Enrico Mattei è nato nel millennio scorso ad Acqualagna, qui vicino, il 29 Aprile 1906 ed è morto presto, nel 1962, tanti anni fa. Era figlio di un carabiniere, la famiglia non era ricca, e lui andò presto a lavorare, come verniciatore di letti. Passò poi in una conceria, come garzone, dove cercò di imparare la tecnica complessa di un lavoro che richiede una buona conoscenza della chimica applicata alla concia delle pelli. La imparò così bene che nel 1926, a venti anni, era il direttore tecnico della conceria. Era già un uomo ricco, aveva un’automobile, cosa a quei tempi piuttosto rara.

Fece il servizio militare, che allora era obbligatorio e quando tornò, era scoppiata una grave crisi economica e il proprietario delle conceria aveva deciso di chiuderla. A 23 anni Enrico emigra a Milano, con un piccolo capitale e delle lettere di presentazione del proprietario della conceria e comincia a vendere colori. In quegli anni erano stati scoperti dei nuovi composti chimici, i sulfonati, che servivano a tante cose e anche a produrre un potente medicinale, i sulfamidici, che furono poi superati dagli antibiotici. Enrico ottiene quelle tecnologie dai produttori tedeschi e crea una sua piccola azienda, con dei vecchi macchinari comprati a poco prezzo. L’Industria Chimica Lombarda, così si chiama, ha grande successo. Enrico Mattei, da garzone é diventato, in pochi anni, un capitalista. Ma il successo non gli basta, vuole imparare ancora e incontra un suo compaesano, molto più vecchio di lui, un famoso professore di Statistica, di cui diventa amico strettissimo: l’ amicizia di un professore con un suo scolaro. Il professore Marcello Boldrini, marchigiano anche lui, era stato Capo dell’Ufficio Statistico della Società delle Nazioni, l’ONU di quell’epoca ed era, fra l’altro, Accademico Pontificio. Lui lo introduce negli ambienti intellettuali cattolici di Milano e quando cade il fascismo, Mattei si impegna subito e diventa capo dei Partigiani Cristiani. Viene arrestato, riesce a fuggire. Una famosa fotografia mostra Mattei a fianco di Parri allora capo del Comitato di Liberazione di Cadorna e degli altri membri del Comitato, nella marcia della liberazione di Milano. Il Comitato di Liberazione nomina Mattei Commissario dell’AGIP.

L’AGIP (Azienda Generale Italiana Petroli) era stata creata dallo Stato Italiano nel 1927. L’Agip vendeva benzina in Italia in concorrenza con le altre imprese e aveva fatto delle ricerche di petrolio in Italia ed all’estero. Poco prima dello scoppio della guerra aveva fatto fare ad una compagnia americana di ricerca petrolifera un lavoro sulla Valle Padana usando una tecnica nuova, la cosidetta “sismica”, che indicò delle possibilità nella zona intorno a Piacenza. Negli ultimi anni della guerra nonostante le difficoltà, l’Agip fece una perforazione in uno di quei punti così identificati ed i tecnici ebbero l’impressione di aver trovato un grande giacimento di petrolio. La guerra stava finendo e la scoperta fu tenuta nascosta; fra l’altro, non c’erano i soldi per poter continuare il lavoro. I tecnici tennero segreta la scoperta, aspettando la fine della guerra per poterla sviluppare.

A questo punto c’è un evento misterioso, di cui si è parlato tanto, senza mai che i due principali attori, Mattei, il Commissario designato dal nuovo Governo e l’ingegner Zanmatti (il Commissario dell’AGIP nominato dal Governo precedente, cioè dalla Repubblica Sociale Italiana) ne abbiano mai parlato esplicitamente. Si dice che l’incontro cominciò bruscamente, come si poteva immaginare fra due che fino al giorno prima erano stati nemici: Zanmatti ebbe la buona idea di rivelare a Mattei che l’Agip aveva trovato qualcosa di grosso. Mattei chiese di vedere le carte, le lesse e si convinse. Cominciò così il lavoro per rafforzare il Centro di Ricerche di Lodi e per fare nuove trivellazioni. I tecnici dell’AGIP avevano trovato una cosa mai vista prima. Un giacimento che dava dei dati di pressione altissima, che indica di solito un giacimento di petrolio molto grande e che produceva olio molto leggero, già quasi benzina. Con le conoscenze di quell’epoca poteva essere solo un grande giacimento di petrolio. Invece era un grande giacimento di gas e tutti gli altri giacimenti che si ritrovarono nella Valle Padana avevano tutti questa singolare caratteristica: sembravano una cosa e ne erano un’altra. Mattei si dedicò anima e corpo al lavoro, ma il Governo ed una parte dell’opinione pubblica, continuava a voler liquidare l’AGIP. L’AGIP era una azienda di Stato e molti pensavano che fosse il caso di venderla ai privati. Il nostro paese era allo stremo e la ricostruzione post bellica richiedeva molto denaro. Nel 1948 Mattei fu eletto deputato al Parlamento per la Democrazia Cristiana, ma abbandonò presto il posto per dedicarsi completamente all’azienda.

La questione dell’AGIP fu risolta solo nel 1948 con il maestro di Mattei, Boldrini, a Presidente dell’AGIP e con Enrico Mattei vice Presidente. Comincia qui la grande operazione di Mattei, prima nell’AGIP, che mette in luce tutti i giacimenti padani di metano e poi nell’ENI, creato nel 1953 come Ente a Partecipazione Statale (allora si chiamavano così) per lavorare in Italia ed all’estero. Da questo momento la vita di Mattei si identifica con lo sviluppo dell’azienda, che cresce ad un ritmo straordinario: trova molto altro gas per terra e per mare; fa una rete di trasporto per il gas che raggiunge tutte i centri industriali dell’Italia Settentrionale; entra nella chimica con la produzione di gomma e di fertilizzanti per l’agricoltura; crea una rete di distribuzione di benzina all’avanguardia nel mondo; riesce a comperare il greggio russo che costava di meno, ma era proibito e ne approfitta per ridurre il prezzo della benzina; va a cercare petrolio all’estero e lo trova in Egitto e poi in Iran. Quello che si chiamò allora il miracolo economico Italiano degli anni 50-60 è dovuto in gran parte alle nuova disponibilità del gas metano, una fonte di energia migliore del petrolio, che brucia con minor inquinamento di tutti gli altri combustibili. Per la prima volta nella sua storia l’Italia poteva competere con le industrie di tutto il mondo, con coloro che avevano il carbone e poi il petrolio e il gas. L’ENI di Mattei si sviluppò ad un ritmo straordinariamente veloce, nonostante che il denaro conferito dallo Stato fosse ben poco. Il reddito della vendita del gas, che era venduto a prezzi molto bassi, forniva una parte del denaro e la fama e l’efficienza dell’ENI gli permettevano di ottenere denaro a prestito. Fra i successi dell’ENI vi è persino il primo progetto dell’Autostrada del Sole, la prima grande strada italiana costruita dopo quelle che furono realizzate millenni fa dall’Impero Romano. Costruisce anche la prima centrale nucleare italiana, i grandi impianti chimici in Italia nel Nord e nel Sud ed una rete di alberghi lungo le autostrade (i noti Motel Agip).

Mattei è il creatore ed il capo di una grande azienda. Ma non si comporta come gli altri. Lavora quasi venti ore al giorno, ma non lavora per sé, ma per gli altri, per il suo paeseNon ha interesse al denaro e non ritira lo stipendio che lo Stato gli pagava come capo dell’ENI, lo manda ad un orfanatrofio non molto lontano di qui, perché, diceva, la sua vecchia azienda, gestita da suo fratello, lo manteneva benissimo. Mattei ha un grandissimo senso della dignità del lavoro e del lavoratore. Dovunque costruisce un impianto, costruisce anche le case per i dipendenti, che pagano affitti molto convenienti e costruisce due grandi centri di vacanze per i lavoratori: uno in montagna ed uno al mare. Questo senso della dignità umana lo faceva essere un accanito nemico del sistema coloniale che allora ancora prevaleva nel mondoI suoi rapporti con i paesi petroliferi dell’Africa e del Medio Oriente erano improntati al concetto di aiuto reciproco e di reciproco vantaggio e quando i grandi paesi produttori di petrolio crearono la loro associazione, vennero per prima cosa all’Eni per discutere della loro strategia ottimale riguardo al volume di produzione ed alle strategia di prezzo.

Mattei parlava, parlava agli italiani almeno una volta alla settimana, parlava per spiegare quello che faceva e perché lo faceva, per convincere tutti gli italiani, ricchi e poveri che era il momento di fare un grande sforzo di sviluppo, di creare una democrazia egualitaria.

Mattei è morto molti anni fa, abbiamo detto nel 1962, ma la sua vita ci può insegnare qualcosa e io vorrei provare a dirvelo.

La prima cosa è che il lavoro è l’unico sistema esistente per trasformare i poveri in ricchi e questo vale per le persone come per i paesi e per mantenere le ricchezze, che altrimenti se ne vanno rapidamente.

La seconda cosa è che il lavoro ed eventualmente il successo, non deve dare alla testa e non deve dare a chi ha avuto successo la sensazione errata di essere superiore agli altri.

Terzo, anche il lavoro deve avere un fine che non sia solo personale, ma sia relativo a tutti gli altri, a cominciare dal proprio paese, fino ai paesi poveri che ci circondano.

Ultimo punto, lo sviluppo dell’economia e di tutta la vita sociale sta nell’innovazione. Chi fa cose nuove arricchisce sé ed arricchisce anche gli altri, perché offre loro prodotti nuovi, che rendono la vita più facile e più gradevole. E l’innovazione richiede coraggio, entusiasmo ed amore del rischio.

Mattei è morto tanto tempo fa, ma la sua opera non è morta, anzi. Noi lo ricordiamo per tutto quello che ha fatto e per come lo ha fatto. La sua generazione ha ormai finito il suo ciclo. Fra poco spetterà a voi ragazzi cercare di continuare quel lavoro e quel successo.

Ho detto mille e novecentosettanta parole, adesso vorrei smettere e cercare di rispondere alle vostre domande.

Marcello Colitti

 

 

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[1]’’Il Caso Mattei’’, del regista e sceneggiatore italiano Francesco Rosi.