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Il Medioevo Prossimo Venturo: scenari di crisi e proposte.

 

Non a caso abbiamo scelto questo caffè: vogliamo gettare un ponte simbolico tra tradizione ed innovazione, tra la storia ed il futuro di questo territorio.

Ma prima chiediamoci: in quale contesto e’ inserito il nostro territorio? Quali sono gli scenari politici ed economici in cui ci muoviamo oggi?

Facciamo una premessa importante: ogni filosofia, pensiero politico, dottrina sociale ed economica sono basati su una particolare visione dell’essere umano e a questa sono indissolubilmente legati. Su tale visione vi gettano le basi e si sviluppano, fino a permeare la cultura e influenzare la comune percezione della realtà, con tutti i mezzi di comunicazione e gli strumenti a disposizione.

 

La crisi economica e sociale che sta investendo il mondo da anni e’ oggi sotto gli occhi di tutti, sta toccando una parte vasta della popolazione e per certi aspetti in maniera piu’ incisiva, rispetto alle crisi economiche che si sono succedute nei passati decenni. Una crisi questa che purtroppo ha radici profonde e lontane nel tempo, ma che ha avuto e sta avendo la sua fase acuta dall’estate del 2007. Siamo di fronte ad una crisi sistemica e non contingente: una situazione in cui il sistema economico basato sul monetarismo degli anni ’70 sta mostrando tutti i suoi rovinosi limiti.

Difatti dopo la rottura degli accordi di Bretton Woods nel 1971 e lo sganciamento del dollaro dall’oro, l’economia mondiale e’ stata sottoposta ad un lento ma inesorabile processo di “finanziarizzazione” a scapito dell’industria, della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico. Lo scollamento della finanza dall’economia fisica, dall’economia reale, non poteva che generare impoverimento, recessione economica e culturale: ed e’ questo che stiamo sperimentando oggi, anche nel nostro Paese.

Il mercato finanziario come entità a se stante e non come mezzo per finanziare la produzione e lo sviluppo attraverso politiche di credito, ha bisogno di “mobilita’ ”, di mercati sempre più fluidi, vasti e deregolamentati, dove poter speculare. Questa e’ la prima causa del processo di globalizzazione che sta investendo il mondo dagli anni ’90, la prima causa di un “mercatismo” come principio assoluto, la prima causa di una campagna di privatizzazioni che ha liberato liquidità, pronta ad essere investita in prodotti finanziari sempre più sofisticati. Privatizzazioni avvenute anche la’ dove non c’erano motivazioni alcune di economicità o efficienza, ma unicamente al fine di svendere beni dello Stato, spremere liquidità da re-investire sui mercati, e lasciare poi magari languire le aziende. Questo processo ebbe inizio da una famosa riunione tenutasi nel 1992, a bordo del panfilo Britannia, in piena crisi politica a causa dei processi di “mani pulite”: sarà stata solo una coincidenza?. Quando la politica e’ debole, gli interessi privati prendono il sopravvento sul bene collettivo.

I problemi che si presentano sul territorio locale, sono semplicemente una rappresentazione in scala ridotta, di correnti di pensiero che hanno ben altra diffusione, soprattutto in Europa, a causa dei processi storici che l’hanno toccata. Il nostro territorio non poteva rimanere immune da tali dinamiche globali e globaliste. Lo scenario, benché con accentuazioni differenti, non e’ molto diverso da altre regioni o zone italiane (soprattutto del Sud), dove ancora forti interessi “simil-feudali” hanno guidato buona parte della popolazione ad una condizione di emarginazione, ignoranza e sottosviluppo.

Ho ascoltato con tristezza le parole del relatore, durante un incontro di Italia Nostra svoltosi nel Giugno scorso qui ad Ascoli, il quale all’interno del suo discorso citava una certa principessa Panichi, che affacciandosi dalla sua villa vedeva lo scempio delle fabbriche lungo la zona industriale della valle del Tronto. Tali retaggi culturali, assieme ad un certo ambientalismo radicale rappresentano i principali freni allo sviluppo mondiale e ancor più di questo Paese e di questo territorio. Le difficoltà oggi incontrate nel risolvere il problema energetico rappresentano un esempio emblematico. Di fronte a lobbies più o meno dichiarate, che si occupano di difendere le tartarughe, le foreste, i panda noi ci chiediamo: e l’essere umano? Chi difende l’essere umano? Il problema non e’ l’ambiente, ma i concetti stessi di Progresso e Sviluppo che turbano i sonni di chi vivrebbe volentieri con meno di un terzo della popolazione mondiale. Di chi vorrebbe questa terra un giardino dell’Eden per pochi eletti.

In una intervista apparsa sul settimanale Il Sabato del 24 ottobre 1987 veniva scritto:

Una visione che prende quota, ed e’ nella linea dell’ecologia e dei Verdi. E’ una combinazione di un romanticismo ancora poco definito, che prende elementi della corrente marxista, ma si collega soprattutto a tratti del liberalismo: la sintesi e’ ovviamente ancora poco chiara ma si esprime in un’idea (un po’ anti-tecnica, un po’ anti-razionale) di un uomo unito alla natura. Ma in questa idea vi e’ qualcosa di anti-umanista. Chi sarebbe l’uomo? E’ colui che con il suo pensiero, con il suo fare, avrebbe distrutto bellezza ed equilibrio che prima esistevano. Dunque l’uomo dovrebbe fare un passo indietro rispetto a se’ stesso. Mi pare la posizione di un uomo che non si riconosce più in se stesso, che anzi, ha un certo odio di se’ e della sua storia. […] Odiando la propria storia e disprezzando tutto quanto e’ stato fatto nello sviluppo culturale e storico, l’uomo può desiderare solo di essere puro animale”. Joseph Ratzinger, presidente Congregazione per la Dottrina della Fede.

Ritengo che il momento storico che stiamo vivendo sia paragonabile per certi versi al periodo di nascita degli stati nazionali: ad una nascita di allora, oggi si contrappone una fase di difesa delle singole nazioni di fronte a forze che puntano alla loro disgregazione, con conseguente devastazione del tessuto sociale. Si potrebbe ripercorrere qui la storia delle associazioni ambientaliste internazionali, dalla loro nascita e seguire la loro evoluzione e scoprire così che sono legate a doppio filo a gruppi oligarchici finanziari, gli stessi circoli che, guidati da principi malthusiani, hanno condotto l’economia al collasso.

Suscita un certo senso di ilarità osservare oggi la patria di Adam Smith nazionalizzare banche e distribuire soldi a pioggia (quantitative easing) per salvare gli hedge funds e fondi di private equity dalla bancarotta. Destano sconcerto i 94 fallimenti bancari negli Stati Uniti; i 23 trilioni di dollari, ovvero 23.000 miliardi di dollari, ovvero 40 milioni di miliardi delle vecchie lire di iniezioni di liquidità dirette, acquisizioni e garanzie concesse a enti o versate nelle casse degli istituti di credito per coprire le incommensurabili perdite dei titoli tossici (solo una piccola parte di questa somma figura nel passivo di bilancio federale, il resto è considerato assets, acquisiti a fronte di esborso di denaro, ma in realtà di alcun valore). Tutto questo frutto della bisca finanziaria, ovvero: liquidità che genera ricchezza grazie alla moneta scambiata con titoli di credito sempre trasformabili in moneta. Si capisce bene allora l’origine della stretta di liquidità che ha colpito il sistema bancario internazionale con il conseguente credit crunch alle imprese. I soldi servono per salvare gli speculatori. Soldi pubblici e privati. Oggi non a caso si sta riaprendo un dibattito su una re-introduzione del Glass Steagall Act sulla separazione tra banca commerciale e banca di investimenti, ma anche qui ci sono forze trasversali a tutti gli schieramenti politici che si oppongono con forza.

Ma ci chiediamo quale ricchezza, quale progresso, quale sviluppo appunto, puo’ generare un tale sistema speculativo? Nessuno!

E lo stiamo sperimentando purtroppo nella vita di tutti i giorni: lo sperimentano gli operai che perdono il lavoro. Lo sperimentano le fabbriche costrette a chiudere o a delocalizzare a causa di una folle competizione sui costi in un mercato sempre più globale. Lo sperimentano le aziende spinte al fallimento da banche che hanno tolto loro ogni forma di credito, in totale contrapposizione alla fondamentale funzione degli istituti di credito. Lo sperimentano aziende ed enti pubblici cadute nella trappola dei derivati. Lo sperimentano i lavoratori di aziende in crisi per l'avidità o la stupidità di chi ha pensato che gli utili andavano o potevano essere re-investiti nel mercato finanziario, piuttosto che in ricerca, innovazione o formazione all’interno delle aziende stesse. Come piccola parentesi: a riguardo Piceno Tecnologie sta facendo una piccola indagine sul fondo di investimento (Hedge Invest) della famiglia Manuli, che nel 2006 aveva assets per 950 milioni di euro (fonte: Sole24Ore Plus 12-08-2006). Fondo che nel 2008 ha avuto uno scivolone di circa il 12%, causa del crollo del sistema finanziario. Permettetemi una battuta: “E’ il mercato dei tubi che non tira o la finanza che tira di piu’? E quando la finanza non tira lo fa a discapito delle attività industriali?”. Sarebbe bello poter dare una risposta a queste domande…come capire a proposito del bilancio…



 
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